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Crisi Froneri (ex Nestlè) di Parma: anche dopo il secondo vertice al Ministero la proprietà continua a confermare la chiusura

La proprietà della Froneri (ex Nestlè) di Parma ha continuare a confermare la volontà di dismettere il sito produttivo emiliano. Quindi, nulla di fatto anche dopo il secondo tavolo di salvaguardia occupazionale, svoltosi oggi pomeriggio a Roma nella sede del Ministero dello Sviluppo economico, al quale hanno preso parte i vertici della Froneri Italy Srl (società Nestlè Italia e R6R, multinazionale inglese proprietà di un fondo), i sindacati di categoria nazionali e territoriali, l’assessore regionale alle Attività produttive Palma Costi, il sindaco di Parma Federico Pizzarotti e la viceministro allo Sviluppo economico, Teresa Bellanova insieme al dirigente ministeriale Gianpiero Castano. Si va quindi avanti nella procedura di licenziamento collettivo, aperta al Ministero del Lavoro lo scorso 29 settembre, per 112 lavoratori di Parma e 8 di Milano, e nella cessazione dell’attività di produzione del sito della città emiliana. Ministero dello Sviluppo economico, Regione e Comune di Parma hanno invitato azienda e sindacati a proseguire il confronto per tutto il tempo consentito dalla procedura prima di giungere ai licenziamenti, sollecitando la proprietà a utilizzare gli ammortizzatori sociali così da dare una prospettiva complessiva sia all’occupazione che al sito produttivo. “Per noi il sito produttivo Froneri- hanno affermato l’assessore regionale Palma Costi e il sindaco Federico Pizzarotti– sono lo stabile, gli impianti e soprattutto le professionalità dei lavoratori. Perciò ricorrere agli ammortizzatori sociali significa utilizzare strumenti di accompagnamento verso una reindustrializzazione che rappresenti, anche nella difficilissima situazione attuale, una possibile prospettiva futura. Abbiamo ribadito all’azienda di rivedere la decisione di chiudere lo stabilimento produttivo di Parma. Chiusura per noi inaccettabile, che oltre a determinare la perdita di un numero rilevante di posti di lavoro priverebbe il territorio e il tessuto produttivo di una presenza importante per il settore dell’agroalimentare, con ripercussioni pesanti nell’indotto e nella filiera della food valley dell’Emilia-Romagna”.